Sulla via di Paestum: facce da archeoblogger

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Non è più tempo di dolcetto o scherzetto. Il prossimo 31 ottobre alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum si fa sul serio.

Niente maschere a coprire le facce, anzi tante persone a metterci la propria e speriamo un folto pubblico ad ascoltare e partecipare. Gli archeoblogger tornano a Paestum dopo l’incontro dello scorso anno e lo spazio per la discussione sarà ampio: cosa è cambiato nell’ultimo anno, quali sono le novità che ci attendono, cosa possiamo fare di meglio. Queste le prospettive dal quale vedere i temi centrali dell’incontro.

Si parlerà sicuramente di social media con Alessandro D’Amore, che fornirà il punto di vista del team #svegliamuseo, con Marina Lo Blundo e Stefano Rossi, che invece racconteranno la comunicazione online dall’interno delle Soprintendenze archeologiche della Toscana e della Liguria. Spazio per una discussione aperta c’è sicuramente: il numero sempre maggiore di pagine Facebook e account Twitter delle istituzioni culturali italiane e le prime avvisaglie di un coordinamento centrale da parte del MIBACT con la giornata informativa e il censimento dei profili social sarà sicuramente oggetto di riflessioni approfondite.

Sulla scia dell’ultima intervista a #svegliamuseo, i blog museali e non solo saranno oggetto di dibattito grazie alla presenza di Alessandro (Le parole in archeologia), Marina (Generazione di archeologi, ArcheoToscana e blog del Museo Archeologico di Venezia), Giuliano De Felice (Passato e futuro), Antonia Falcone (Professione Archeologo), Michele Stefanile (Archeologia Subacquea), Astrid D’Eredità (Astridrome) e Giovanna Baldasarre, che racconterà della nuova esperienza di ArcheoKids, un blog su archeologia e bambini al quale collaboro anche io.  La presenza della superstar Mariangela Vaglio (Il nuovo mondo di Galatea) garantirà un punto di vista di valore assoluto al quale potersi affidare. Io porterò il mio punto di vista del blog del Museo Archeologico delle Marche, gestito da tirocinante.

Per la serie quello che è stato fatto, sarà compito mio e di Cinzia Dal Maso raccontare l’avventura degli archeoblogger italiani all’ultimo Day of Archaeology mentre ad arricchire la sezione novità sarà l’annuncio di una prossima uscita libraria. Chi vuole saperne di più ci segua a Paestum e, visto che dietro ogni blog c’è sempre un blogger (e quelli di archeologia non fanno eccezione), nell’attesa inizi a conoscere i protagonisti che hanno deciso di presentarsi con questo video.

Vi aspettiamo a Paestum!

Raccontare il museo – Dai libri all’idea

Da dove comincio per raccontare il museo? Di che cosa parlo?

Nel mio caso ho una lista di oggetti che entreranno a far parte del nuovo percorso multimediale del Museo. Sono una trentina e sono loro che hanno bisogno di essere narrati. In alternativa potrei metterne insieme alcuni e raccontare di siti o contesti più in generale, potrei tematizzare le storie per genere o per media utilizzato o ancora potrei scrivere storie diverse per uno stesso oggetto. Ci sono tanti modi per raccontare, però bisogna cercarlo di fare nella maniera giusta.

In qualunque modo intendiamo raccontare il museo, il punto di partenza è comunque sempre lo stesso: raccogliere le fonti a disposizione, studiare e cercare di sapere il più possibile sul nostro oggetto. Senza questo passaggio tutti quelli successivi saranno sbagliati. Forse è il più noioso, ma non si può prescindere da esso.

La storia necessita di solide fondamenta su cui impostarsi. Gli studi compiuti sui pezzi del museo forniscono il contenuto da far confluire nel racconto, un contenuto da cui non si può sfuggire e che non si può aggirare. Se un sito era un bivacco, nella storia non può diventare una grotta perché è più funzionale agli eventi o al nostro gusto. Non siamo dei romanzieri, che seguono il loro estro. Le storie del museo vanno costruite attorno al contenuto, per raccontare il contenuto. Scrivere per il museo è difficile perché bisogna farlo rispettando quello che si legge nei libri.

testo in archeologhese

In che forma trovo il contenuto? Le fonti non utilizzeranno certo il linguaggio del racconto, ma quello tecnico della letteratura archeologica. Frasi lunghissime piene di termini specifici, sintatticamente complicate e spesso incomprensibili anche per gli stessi archeologi, se non si ha sott’occhio un’immagine dell’oggetto descritto.

Da un testo come quello nell’immagine occorre estrarre le informazioni principali, fare una selezione in relazione al tipo di pubblico da raggiungere, e poi far accendere la lampadina alla ricerca di un’idea di storia che possa comprendere e valorizzare le informazioni selezionate.

Da dove trarre spunto per un’idea? Finora ho trovato molto utile andare al di là dell’ultima pubblicazione sull’oggetto e cercare nei vecchi studi, o nella cornice della scoperta, aneddoti e situazioni particolari su cui costruire una storia. Spesso dietro le quinte si celano lettere inviate da un archeologo ad un altro, diari di scavo con appunti mai pubblicati o racconti orali che descrivono più vivamente una situazione all’apparenza scontata. Anche queste sono fonti da prendere in considerazione per cercare ogni volta di raccontare la storia più adatta, quella che valorizzi meglio il soggetto di interesse.

Niente paura davanti a frasi incomprensibili, che a prima vista non sembra possibile possano diventare qualcos’altro: il passo successivo è quello di trovare il linguaggio giusto per adattare il contenuto ad un testo da pannello scorrevole e chiaro e di eliminare tutto, eccetto le informazioni che ci interessano, per scrivere una storia da zero.

Da qui però ci si inizia a divertire!

Raccontare il museo – Intro

Come faccio a rendere interessante un’amigdala? Come posso spiegare ai bambini che gli idoletti di Ripabianca rappresentano “molteplici fenomeni ideologici che rispecchiano l’eterogeneità delle prime comunità neolitiche”? Come raccontare una necropoli protovillanoviana in modo coinvolgente senza perdere in qualità dell’informazione?

Queste e altre domande mi hanno accompagnato da gennaio ad aprile, quando ho svolto il mio secondo tirocinio presso la Soprintendenza dei Beni Archeologici delle Marche, e lo faranno anche dai prossimi giorni a dicembre, tempo necessario a terminare questo che è diventato il mio primo lavoro. Il mio compito è quello di scrivere i testi per il nuovo percorso multimediale di cui si doterà il Museo Archeologico Nazionale delle Marche.

Un compito che ho accolto subito con entusiasmo perché mi permette, da un lato, di mettere insieme lo studio della collezione del museo e, dall’altro, di ampliare la mia esperienza nella comunicazione dell’archeologia alla redazione di testi scritti in ambito museale.

Un compito che d’altra parte sento di grande responsabilità perché so che il gradimento del museo passerà anche dal modo in cui parlerò degli oggetti esposti. Per iniziare, un testo per adulti e uno per bambini per ciascun oggetto. La responsabilità spesso ci annebbia ma stimola anche le idee; voglio un testo che sia di più gradevole lettura e possibilmente coinvolgente.

Biblioteca

Penso a quei testi criptici pieni di termini del gergo archeologico e ho quasi paura di queste parole. Paura che possano comunque entrare nella mia mente da quei libri che sto leggendo per trovare, aggiornare e selezionare le informazioni sugli oggetti e che possano uscire dal mio dito che batte i tasti sul computer.

Purtroppo sono contagiose. Non penso ci sia bisogno di dimostrarlo.

Perciò occorre trovare un antidoto. Quelle parole, quello stile di scrittura hanno un senso nella letteratura scientifica archeologica ma lì devono rimanere. L’antidoto che trovo e posso attuare più facilmente è quello di raccontare gli oggetti attraverso delle storie, fare storytelling.

Scrivere una storia ambientata nel passato permette di affrontare un argomento da un altro punto di vista, un punto di vista da cui le parole che fanno paura non si vedono.

Non resta che stare attenti e inserire nel racconto le informazioni all’interno di una cornice narrativa. Finora l’ho fatto per gli oggetti del percorso scelti per la sezione preistorica. Da ora in poi mi occuperò delle sezioni picene e romane e d’ora in avanti cercherò di raccontare il mio lavoro con alcuni post.

Come organizzo i racconti, come li scrivo, come scelgo i nomi dei personaggi, da dove prendo le informazioni… e molto altro ancora! Si parte!

Making archaeology as a movie – Al VideoCaffé di Opening the Past

Portare gli archeologi a parlare di storytelling. Questa sfida non era sufficiente agli organizzatori di Opening The Past, così, oltre alla parte convegnistica, hanno avuto l’ottima idea di promuovere una seconda edizione del VideoContest, attraverso cui raccontare storie di archeologia.

Il mio videocontest

Dopo il successo di quello dello scorso anno, la pressione era tanta… e quest’anno l’ho fatta grossa.

Senza quasi rendermene conto, ho partecipato al contest con tre video. In “Le relazioni pericolose” come regista, in “#500 no” l’ottima Sikanina ha montato in 3 minuti il filmato sulla manifestazione dello scorso 11 gennaio, mentre con “Dialoghi itineranti“, il filmato di quest’anno girato a Vignale mi sono anche ritrovato a fare l’attore. Eccesso di protagonismo? Assolutamente no, ho partecipato con tre video molto diversi tra loro e penso di aver portato qualcosa in più piuttosto che qualcosa di troppo. Inoltre il mio intervento a “Immersive Archaeology” era sul videostorytelling per cui dovevo farmi valere in qualche modo.

Un momento del VideoCaffè

Un momento del VideoCaffè

I video in concorso

Gli otto video partecipanti (6 in competizione + 2 fuori concorso) sono stati presentanti dopo la pausa pranzo in una sessione chiamata VideoCaffè, all’interno di una sala appositamente allestita. Con un caffè in mano, coloro che erano interessati hanno avuto la possibilità di
scambiare qualche battuta con gli autori dei video, prima della presentazione a tutta la sala dei cortometraggi e della premiazione finale. Non tutti gli autori erano presenti ma vediamo comunque quali sono stati i sei video oggetto di votazione dal 6 al 23 maggio attraverso gli abstract inviati a Mappa Project.

#500no di Associazione Nazionale Archeologi. Il video che presentiamo racconta un evento assai singolare, quasi un unicum storico: la manifestazione di tutti i professionisti dei Beni Culturali tenutasi sabato 11 gennaio 2014 a Roma, nella piazza del Pantheon. Per la prima volta, infatti, l’universo frastagliato dei professionisti del patrimonio è stato capace di formare un’ampia coalizione e di scendere in piazza per reclamare i propri diritti.  Il casus belli è stato il varo nell’agosto 2013 del decreto Valore Cultura (col quale l’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta aveva annunciato con grande enfasi la volontà del Governo di creare nuovi posti di lavoro in ambito culturale) cui fece seguito nel dicembre successivo il bando “500 giovani per la Cultura”, promulgato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Per approfondire: #500no – Per la buona occupazione nei beni culturali

Motel of Mysteries. (Mis)understanding archaeology di Associazione Volo. Il video trae spunto dal romanzo Motel of the Mysteries, pubblicato nel 1979 da David Macaulay. La storia prende avvio da un gruppo di archeologi che in un lontano futuro si trovano a riscoprire e scavare i resti di un motel del XX secolo, giungendo poi a sorprendenti conclusioni su ipotetici rituali cerimoniali praticati in quest’antica struttura. La scelta di trasporre sullo schermo quest’opera, di per sé di grande impatto, è dettata dall’intento di raccontare l’archeologia come un processo di scoperta e ricostruzione della realtà attraverso l’interpretazione di dati. I dati che si ricavano dall’indagine e dall’attività di scavo non sempre consentono una ricostruzione fedele di ciò che era reale e all’archeologo non rimane che immaginare i possibili contesti originari, giungendo spesso a conclusioni errate o fuorvianti. Lo scopo dell’archeologo è di interpretare i dati ed i contesti e solo attraverso la condivisione di tutte le informazioni in un sistema libero e aperto si può arrivare ad un’interpretazione il più possibile realistica, evitando errori spesso dettati dall’ingenuità, dalla complicata presentazione dei contesti e dalla parziale disponibilità dei dati.

La Valle dei Piccoli. Archeologi ad Akragas di L. Danile, M. C. Parello, M. S. Rizzo. Il video illustra i punti salienti del progetto La Valle dei templi dei Piccoli, nato al Parco Archeologico Valle dei Templi di Agrigento nel 2013, con lo scopo di coinvolgere i bambini in attività
ludico-culturali. Attraverso le immagini scelte abbiamo voluto raccontare il lavoro dell’archeologo, faticoso ma affascinante, che permette di portare in luce tracce di civiltà ormai sepolte e di viaggiare nel tempo alla scoperta di un passato lontano.

Le relazioni pericolose di Giuliano de Felice e Francesco Ripanti. Il video, tratto dall’omonimo blog post su “Passato e Futuro” (http://www.passatoefuturo.com/2013/03…), racconta in modo auto-ironico come sia facile per gli archeologi arrivare ad interpretazioni fuorvianti.
In questo caso due archeologi, procedendo alla pulizia di un muro maldestramente, portano la responsabile di scavo sulla strada sbagliata. Di solito le parole di un’archeologa esperta non si mettono in discussione e, alla fine, anche loro sembrano essere convinti della sua spiegazione. O almeno così preferiscono pensare.
Per approfondire: Heat – La sfida

Tourdion di In Vino Veritas. Eʼ quasi il vespero del due di gennaio di un freddo inverno. Nei giorni scorsi è caduta molta neve e giù da me ho finito tutto quello che avevo da mangiare. Ho camminato da stamattina attraverso le colline del sole senza incontrare anima viva. Sono molto stanco e infreddolito e mi si torcono le budelle dalla fame. Sento che la fine è vicina.
Ecco il castello Malaspina, forse qui trovo qualcuno o qualcosa di caldo da desinare.
Mah…che diavolo è questo frastuono, questo rumore? Viene da giù, dietro quella porta, mi avvicino, nessuna sentinella.

A Roma con i Bentvueghels di The Walking Media. Lo scopo era dare vita ad un progetto di promozione turistica di un’area di Roma meno visitata rispetto al celebre Municipio I, che racchiude le maggiori attrazioni. La scelta del tema è ricaduta sull’ambientazione storica della Roma seicentesca, nella quale un gruppo di artisti ci avrebbe fatto da guida: i Bentvueghels. Lo spettatore ha il ruolo di un’aspirante membro del gruppo che viene accolto da Michelangelo Cerquozzi, il quale lo guiderà per diversi luoghi celebri dell’area del Municipio II (in questa versione solo tre), alla conoscenza di Roma e di altri membri dell’organizzazione, fino a giungere alla famosa chiesa, dove si concluderà il tour e avrà luogo l’iniziazione.
La narrazione avviene grazie all’uso di dipinti degli stessi autori alternati a immagini moderne, mentre i personaggi, che appaiono come sagome agli angoli dello schermo, illustrano i luoghi in questione. Infine la voce del narratore integra la storia dei monumenti con gli eventi che li hanno riguardati dal 1700 al presente.

Il videocontest ha visto la vittoria di #500no, davanti a Motel of Mysteries e a Le relazioni pericolose. Al di là del risultato finale, vale la pena sottolineare come la qualità dei video sia notevolmente più alta rispetto agli anni precedenti. Probabilmente il tema libero unito alla ricerca dello storytelling hanno aiutato gli autori ad esprimersi con armi finora inesplorate quali l’ironia (come in Le relazioni pericolose e in Motel of Mysteries), alcune scene d’impatto (come in Tourdion) e l’utilizzo di diversi tipi di narrazione (come in #500no e A Roma con i Bentvueghels).

Per ulteriori approfondimenti e punti di vista diversi, senza dilungarmi o ripetermi qui, rimando a questo post con i relativi commenti su Filelleni.

Se c’era bisogno, con questo videocontest abbiamo un’altra prova che raccontare l’archeologia attraverso i video è possibile, anche per gli stessi archeologi. Mappa Project ha già annunciato che l’anno prossimo cambierà qualcosa nei criteri di giudizio: sarà probabilmente uno stimolo in più per creare filmati ancora più coinvolgenti.

Breve resoconto (senza pretese) su Opening the Past

“Ciao. Benvenuto ad Opening the Past! Tu chi sei?”

“Ciao, io sono Francesco Ripanti.”

“Vediamo un po’… qui non ti troviamo. Ma ti sei registrato?”

“Ehm… sì, mi è arrivata anche la mail di conferma!”

Una falla nell’organizzazione? Ovviamente no. Mappa Project è stata perfetta come sempre. Ero io che, proiettato come al solito a vivere la giornata per imparare qualcosa ascoltando le esperienze degli altri archeologi, mi sono dimenticato di dire che ero uno dei relatori!!!

A parte questa falsa partenza, la giornata di Pisa è stata come me l’aspettavo. Molto intensa e densa di stimoli, riflessioni e confronti. Prima di scrivere un post sul VideoCaffé, visto che ancora non ho visto in rete il classico resoconto della giornata, cerco di redigerlo io. I pre-atti sono già disponibili online, per cui cercherò semplicemente di sintetizzare i vari interventi e scrivere il mio punto di vista.

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Immersive Archaeology” è partita dall’introduzione di Letizia Gualandi (Università di Pisa) che, approfondendo il rapporto tra archeologia, comunicazione, storytelling e Università ha gettato le basi sulle quali tutti i presenti non potevano che essere d’accordo e dalle quali poi si sono sviluppati tutti gli altri interventi. Valorizzazione come motivo più profondo della tutela, comunicare il proprio lavoro e farlo raccontando storie è compito dell’archeologo, nelle Università non si danno competenze per fare comunicazione.

Francesca Anichini e Gabriele Gattiglia (Laboratorio MAPPA) ci hanno portato subito in un futuro vicino, spiegando come cambia il racconto dell’archeologia utilizzando gli Open Data: scala più ampia, più partecipazione, un racconto che nasce dal basso e a più livelli. Tutto questo a patto che si sviluppi una cultura open data archeologica. Per questo concludono con una notizia in anteprima: presto aprirà una scuola di dati aperti!

Nel mio intervento spero siano emersi gli effetti pratici del fare Video Storytelling: raccontare lo scavo in modo diverso con il docudrama, coinvolgere sia gli archeologi che il pubblico interessato (anche quello dei bambini) ma anche divertirsi e farsi nuove domande nel momento in cui si va a scrivere una sceneggiatura.

Augusto Palombini (CNR – ITABC) ha affrontato lo storytelling per l’archeologia sia dal punto di vista teorico che proponendo alcuni esempi autoprodotti di alto livello. Per raccontare una storia di archeologia occorre affiancare il certo all’incerto, senza farli entrare in conflitto con le conoscenze storiche, e aggiungere elementi emozionali che creino empatia. Concordo con lui che l'”Historical genre”, ovvero quel tipo di storia incentrata su personaggi tipo che non potremmo mai ricostruire per filo e per segno sia il più adatto per raccontare l’archeologia.

Con Marina Lo Blundo (Soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana) lo sguardo si è aperto anche ai musei con una scorpacciata di buoni consigli su come si diventa un museumblogger. Ho preso tre pagine di appunti ma il nocciolo della questione è molto chiaro e necessita di poche parole: essere museumblogger non è come essere un blogger per hobby; è a tutti gli effetti un lavoro, per cui serve una preparazione adeguata che va dalla conoscenza dei contenuti di cui si parla a qual’è il modo migliore per raccontare quei contenuti.

Fabio Viola (Mobile Idea s.r.l.) ha aperto le porte di un mondo poco conosciuto dagli archeologi, quello della gamification. Ne ha parlato soprattutto in riferimento ai musei, dove l’utilizzo di videogiochi ha il duplice obiettivo di aumentare il grado di interattività e coinvolgimento riuscendo allo stesso tempo a trasmettere nuova conoscenza ai visitatori. Il rapporto tra videogiochi e storytelling è molto stretto e, a questo riguardo, uno degli esempi citati è stato “Race against Time” della Tate Modern di Londra.

Niccolò Albertini ha mostrato le esperienze di ricostruzioni 3D, di realtà aumentata e dell’utilizzo di dispositivi come il Cave per un effetto immersivo realizzate del DreamsLab della Scuola Normale Superiore di Pisa, ribattendo il concetto che l’oggetto virtuale non va a sostituire quello reale ma contribuisce ad arricchire il dato.

Claudio Benedetti (Laboratorio di Cultura Digitale dell’Università di Pisa) ha introdotto il tema del fake nella divulgazione. La divulgazione scientifica oggi non è in mano a chi fa ricerca; questo significa che chi la comunica ne fa un prodotto vendibile in cui scienziati e pseudo-scienziati sono trattati allo stesso modo. Così facendo però si perde la correttezza scientifica. L’invito è che le università si riapproprino della divulgazione scientifica e, per farlo, devono diventare competitive a livello di qualità delle immagini. Per questo devono far riferimento a nuove figure professionali.

La mattinata si è conclusa con l’intervento di Emma Tracanella  (Wikimedia Italia) , che ha portato gli esempi di Wiki Loves Monuments e ArcheoWiki, incentrando la sua relazione sull’importanza delle fotografie per il coinvolgimento attivo dei cittadini.

L’ultimo intervento per “Immersive Archaeology” è stato quello di Giuliano De Felice (Laboratorio Archeologia Digitale – Università di Foggia) che, raccontando la recente esperienza di Living Heritage e quella del nuovo allestimento di Palazzo Branciforte, ha raccontato la sua esperienza di racconto dell’archeologia in cui uno dei nodi centrali è che la tecnologia è uno strumento che non fa storytelling di per sé ma che va usato in modo originale e con un linguaggio appropriato.

La tavola rotonda di “Immersive Brainstorming“, moderata da Astrid D’eredità (archeologa e blogger), si è aperta con l’intervento di Cinzia Dal Maso (giornalista e blogger), che ha citato alcuni esempi di storytelling come Native American Voices della University of Pennsylvania, sottolineando come all’esigenza di professionalità nella comunicazione dei beni culturali si contrapponga la poca disponibilità da parte degli archeologi a comunicare sé stessi.

Vincenzo Napolano, che si occupa di comunicazione della fisica per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha mostrato come ha raccontato la sua disciplina di riferimento nella mostra “Balle di scienza“, visitabile a Palazzo Blu a Pisa fino al 29 giugno. Raccontare la scienza con ironia non è scientificamente scorretto in quanto la storia della scienza è una storia di errori, e continuerà ad esserlo, perché con i miglioramenti del futuro le conoscenze di oggi saranno a loro volta errori.

Emmanuele Curti (Università della Basilicata) ha portato una riflessione ad ampio raggio su archeologia e beni culturali, anche provocatoria. Che i beni culturali siano un’invenzione del nostro tempo e magari tra 200 anni non saranno più importanti (o forse molto prima)? Che gli archeologi vivano sulla sfortuna degli altri, di siti, luoghi abbandonati per svariati motivi?

Antonella Gioli (Università di Pisa) è ritornata sul tema dei musei, incentrando il discorso sulla necessità di comunicare sapendo selezionare le informazioni, utilizzando un linguaggio e delle modalità adatte e di concentrarsi sulle storie più che sull’opera, al fine di evitare didascalie come questa…

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Il regista Lorenzo Garzella (Acquario della Memoria) ha concluso la tavola rotonda tornando alla narrazione e ricordando, con esempi dalla sua carriera, che decisivo è il lavoro d’equipe. Ogni componente della troupe porta le sue capacità specifiche nei diversi settori, per arrivare ad un prodotto finale di più alta qualità. Nella prosecuzione descrive il progetto “Memory Sharing“, facendo da preludio a “Bomba libera tutti“, che alle 18 conclude la giornata con le voci, i suoni e l’atmosfera della storia della liberazione di Pisa da parte degli Alleati nell’estate del 1944.

Questa archeologia è immersive?

Direi di sì, questa è l’attuale “immersive archaeology” italiana. C’è, esiste. Si deve proseguire e migliorare.

Lasciando perdere il fatto che riguarda una minoranza (è sempre una minoranza che inizia e che determina un successo per la maggioranza) e provando a ragionare su quello che c’è, direi che possiamo essere ottimisti. In tutti gli interventi è stata avvertita la necessità di rapportarsi con il pubblico in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora e di farlo raccontando storie.

In questo senso c’è un’evidente carenza di formazione, formazione che, anche per gli archeologi più giovani, attualmente non esiste, o almeno le Università non provvedono a fornire. Quale sarà la prima università ad attivare un corso specifico in comunicazione dell’archeologia? L’attivazione di un corso testimonierebbe un cambiamento di rotta che forse è ancora utopico ma che è fortemente richiesto per elevare la qualità della comunicazione che si fa ora e per far sì che l’archeologo conosca gli strumenti che può sfruttare per raccontare la propria ricerca.

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D’altra parte, un altro nodo da sciogliere è quello dell’utilizzo delle tecnologie. Una volta che si sa padroneggiare uno strumento, è necessario dedicare più tempo a capire quali sono le sue potenzialità specifiche per la comunicazione, evitando di indugiare sulle specifiche tecniche e concentrandosi su come raccontare la ricerca con quello strumento, quali linguaggi utilizzare, quale stile adottare. La qualità della nostra comunicazione passa essenzialmente dal cercare di pensare e quindi di scrivere in maniera diversa, utilizzando generi più coinvolgenti, utilizzando un lessico adeguato al pubblico a cui ci si rivolge e ricercando costantemente un interazione con il pubblico.

Concludo qui questo breve ma intenso resoconto con cui ho cercato di citare quelli che secondo me sono stati i punti salienti dei vari discorsi (anche se sicuramente non gli unici interessanti) e fornire alcuni link per gli esempi citati. Nel prossimo post racconterò del VideoCaffè, il momento della giornata dedicato esclusivamente al videocontest,e dei filmati che vi hanno preso parte.

Pisa, Via dello Storytelling n°1

“Ragazzi, andiamo a visitare questo sito archeologico?”

“Un sito archeologico? No dai, sono tutti uguali! Passeggiare in mezzo alle rovine e leggere pannelli con le solite informazioni! Che noia!”

C’era una volta in cui i siti archeologici italiani riuscivano ad attirare ragazzi da tutta Europa. Nel ‘700 i giovani dell’aristocrazia europea attraversavano l’Italia da nord a sud lungo i percorsi del Grand Tour. Un’occasione unica per vedere con i loro occhi tutti quei luoghi che avevano conosciuto solo dai libri. Ma era un’altra epoca.

I giovani del XXI secolo il fascino delle rovine non lo vedono. L’archeologia la sentono distante, priva di stimoli e non importante per la propria formazione culturale. In molti casi non pensano che valga la pena trascorrerci alcune ore del proprio tempo libero; preferiscono fare qualcosa di più dinamico che leggere nozioni su antiche rovine incomprensibili.

Cosa possono fare gli archeologi per riconquistare i ragazzi, per legittimare ai loro occhi di uomini di domani la funzione sociale dell’archeologia? Alcune proposte sicuramente usciranno domani, venerdì 23 maggio, a Pisa. A Opening the Past si parlerà di Immersive Archaeology, di come rendere l’archeologia coinvolgente da ogni punto di vista, utilizzando lo storytelling, l’arte di raccontare le storie.

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Va dato merito al Mappa Project di aver organizzato questo incontro sul tema in archeologia e di averlo fatto incentrandolo su esempi italiani, che non saranno molti ma ci sono. Tra queste best practices italiane (in cui sono stato piacevolmente inserito per parlare della mia esperienza nel video storytelling) sono sicuro ci siano le idee e i modi giusti per riavvicinare all’archeologia le persone, e in particolare i giovani.

Open Data, video, blog, gamification, realtà virtuali, racconti e tecnologie, Wiki. Questi temi, che saranno tutti affrontati domani, hanno le potenzialità per trovare un nuovo punto di partenza con il pubblico in cui parole come storytelling, edutainment e interazione dovrebbero fornire le coordinate di riferimento ed essere applicate estensivamente sui nostri siti archeologici.

(Ri)creare entusiasmo e stimoli nuovi per visitare un sito archeologico in modo diverso. Ma come misurare il successo o meno di questo nuovo approccio? In termini di numero di visitatori? Forse no, sarebbe meglio valutare se questi nuovi strumenti contribuiscano a creare nuove modalità di partecipazione e se queste siano efficaci nel far percepire come importante la tutela, la fruizione e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Non c’è più tempo per rimandare. Facciamo di Opening the Past un punto di partenza in cui mettere insieme linguaggi, tecnologie e storytelling sviluppate nelle diverse esperienze personali per cercare di definire una direzione per l’archeologia dei prossimi anni a livello di comunicazione e non solo. Tante storie insieme svilupperanno sicuramente una trama interessante.

L’appuntamento è a domani!

Dialoghi itineranti – A Vignale tra scavo e archeologia pubblica

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Dialoghi itineranti. Quest’anno il video principale girato a Vignale è partito da un’idea, dal titolo. Di solito succede sempre il contrario. Si parte da un tema di ricerca, dai contesti che si stanno scavando, da una storia particolare, da un intento specifico… e poi, alla fine, si sceglie il titolo.

Per il 2013 è stato diverso: sulla scia positiva di “Cannoni e farfalle“, ho voluto mettere in scena sullo scavo dei dialoghi che spesso si svolgono nelle aule o nei laboratori. Sono dialoghi itineranti perché si svolgono in punti diversi dello scavo e perché esprimono tutti, a partire da situazioni diverse, l’archeologia di Vignale, non tanto che cosa si è scavato nella campagna 2013 ma come lo si è fatto.

La scaletta – La prima scena è un dialogo ad una persona sola. Non un monologo ma un dialogo tra le due anime di un solo archeologo, una più tesa a seguire l’insegnamento manualistico universitario e l’altra più avvezza a scavare con un occhio alla realtà del cantiere. L’effetto non è comico e non era nelle mie intenzioni che fosse comico: penso che riflessioni come queste siano capitate a tutti gli archeologi. In questo caso le due anime non giungono ad un compromesso, visto che al termine la loro conversazione è interrotta. La scena si svolge nell’ambiente 11, dove l’attività di scavo si è incentrata nella pulizia dei muri di una piccola terma e nella comprensione dei loro rapporti stratigrafici.

La seconda scena ricalca la prima ma qui ci sono due persone che vedono l’archeologia allo stesso modo. Rispetto alla scena precedente c’è un connessione più stretta tra ciò che si dice e ciò che si è scavato. La scena si svolge nel sondaggio 24, aperto quest’anno per avere nuove informazioni sull’entrata della stazione di sosta.

La terza scena si svolge all’interno della rimessa per gli attrezzi dello scavo e racconta da dietro le quinte l’esperienza di Let’s Dig Again, la prima radio di archeologia in Italia, con un dialogo molto verosimile che inizia subito dopo la conclusione di una puntata.

L’ultima scena è una riflessione personale che, in poche battute, vuole tirare le somme della campagna 2013. E’ quindi una sorta di dialogo con il sito, con cui gli archeologi non si interfacciano solo direttamente, quando procedono con lo scavo, ma anche indirettamente, dandogli significati diversi a seconda delle attività che vengono svolte, dalla radio ai video, dall’accoglienza ai visitatori di passaggio alle visite alle scuole e così via.

Le scene sono intervallate da brevi timelapse. Questi fanno riferimento alle aree di scavo in cui è ambientata la scena precedente o successiva o ad eventi a cui ci si richiama in seguito (la bonifica dello scavo dopo le piogge del fine settimana).

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Una foto del timelapse dell’ambiente 10

Best and Worst – Rispetto ai precedenti video e cortometraggi girati a Vignale, in quest’ultimo non è presente una forte cornice narrativa di fondo, le varie scene sono piuttosto slegate le une dalle altre e le frasi sono più lunghe e arzigogolate, soprattutto per le prime due scene. La differenza con i docudrama è di concetto e anche pratica, frutto dello scavo. Di concetto perché ovviamente il docudrama è ottimo per una comunicazione a pubblici diversi, a tutti piace che un sito sia raccontato mettendo in scena delle storie il più possibile documentate e verosimili. Pratica, perché non sempre lo scavo mette in luce delle storie adatte ad essere raccontate, soprattutto se si affrontano dei contesti complicati come quello dei muri della terma della prima scena.

I dialoghi – La scelta di produrre questo tipo di video è stata quindi in parte forzata, in parte legata alla volontà di sperimentare qualcosa di nuovo. Il dialogo si è rivelato un mezzo espressivo particolarmente adatto a legare riflessioni personali sull’archeologia alla realtà dello scavo. Anche nei docudrama ovviamente erano presenti dialoghi tra personaggi; nel caso di questo cortometraggio però, il dialogo è utilizzato in primo luogo per mettere a fuoco una o più situazioni/argomenti (soprattutto nelle prime due scene) con una sorta di dialogo riflessivo, mentre nei docudrama era funzionale allo sviluppo della trama, il cosiddetto dialogo narrativo.

Uno dei dialoghi con Andrea e Mirko di "Let's dig again"

Il dialogo con protagonisti Andrea e Mirko di “Let’s dig again”

La presenza di dialoghi riflessivi porta inevitabilmente con sé una più marcata complessità nella composizione della frase. Manuali come “Anatomia di una storia” di J. Truby indicano che in un film “un buon dialogo è sempre più intelligente, più brillante, più metaforico e meglio argomentato che nella vita reale”, per cui non deve riprodurre una vera conversazione. In un cortometraggio di tema archeologico, quando il dialogo non è narrativo, è piuttosto difficile evitare l’utilizzo di termini specifici o una sintassi più contorta del normale. L’obiettivo è quello di riuscire ad essere comprensibili per il tipo di pubblico a cui il video è diretto.

Il pubblico – Quale pubblico vuole raggiungere “Dialoghi itineranti”? Quando ho iniziato a pensare a questo video, come al solito, l’intenzione era quella di raggiungere il maggior numero possibile di persone. Sono convinto che per una comunicazione di qualità ci sia un unico pubblico. Per arrivare a questo sono sempre passato attraverso un lavoro piuttosto attento sulla sceneggiatura. In questo caso i discorsi delle prime due scene sono incentrati su come stanno lavorando gli archeologi, per cui il pubblico non può essere altro che uno di archeologi. Le seconde due scene si incentrano su radio e sullo scavo in generale e possono interessare un pubblico più ampio. Questa differenza credo che sia il difetto maggiore di questo cortometraggio, difetto che però rispecchia lo spirito di questo scavo: da una parte molto focalizzato sulla metodologia di lavoro, dall’altro nel rapporto con la comunità locale e il pubblico più in generale.

A questo punto non resta che augurarvi buona visione!

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