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#500no: per la buona occupazione nei beni culturali

#500no è sdegno

#500no è l’unica risposta ad una presa in giro

#500no sono tweet, blog post, stati di Facebook, articoli di professionisti arrabbiati

#500no è la manifestazione al Pantheon

#500no è voglia di cambiamento

#500no è l’esaurimento di chi non ne può più

#500no è speranza

#500no è la passione che non basta più

#500no è non accontentarsi

#500no è responsabilità

#500no è tante altre cose ma sono anche le nostre storie

A Roma sono andato con l’intenzione di dare il mio contributo e quello che ne è uscito fuori è questo video. Volevo raccogliere le storie di alcune delle persone riunite in piazza, convinto che ogni vicenda personale potesse racchiudere uno dei motivi dei #500no. A raccontare in modo più succinto e sicuramente anche più chiaro la manifestazione ci avrebbero e ci hanno in effetti pensato gli organi di stampa “ufficiali”.

Conclusa la manifestazione, ho cambiato più volte idea su come questo video sarebbe venuto: devo dire che sono contento, lo sforzo ha prodotto un buon lavoro, le storie ci sono e il collegamento con le richieste della piazza è chiaro. Per questo devo ringraziare i miei colleghi e amici archeologi che si sono prestati a raccontare le loro storie.

Mi dispiace non esser riuscito ad intervistare anche qualche storico dell’arte, archivista e restauratore con cui mi ero messo in contatto ma che nella folla non sono riuscito a rintracciare. La manifestazione è stata di tutti i professionisti della cultura; penso comunque che le storie registrate non siano troppo diverse da quelle che mi poteva raccontare uno storico dell’arte o un’archivista.

Continuiamo a urlare #500no.

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Pompei dal British Museum ai cinema italiani

Martedì 26 e mercoledì 27 novembre sono stati i due giorni della prima italiana di “Pompeii from the British Museum”, “the first live cinema event produced by the British Museum from a major exhibition“. Dal 29 agosto è in programmazione in oltre 1000 cinema in tutto il mondo.

Io sono andato al “Gabbiano” di Senigallia, uno dei tanti cinema italiani che aveva l’evento in programmazione, insieme alla mia sorellina di 10 anni. Fortunatamente, come il resto del pubblico, ha reagito bene all’imprevista assenza del doppiaggio, a cui siamo così comodamente abituati, e ai veloci sottotitoli che scorrevano nella parte bassa dello schermo.

Film? Documentario? Evento? A chi mi ha già chiesto “Cos’era questa cosa di Pompei al cinema? Un documentario?” non sapevo bene cosa rispondere. Dopo averci pensato un po’ ho risposto che si trattava di un video di presentazione della mostra “Life and death – Pompeii and Herculaneum“, che si è tenuta dal 28 marzo al 29 settembre al British Museum.

Dal trailer non si capiva molto bene ciò a cui si andava incontro…

… e se ci aggiungiamo che è una produzione inglese, realizzata in un modo diverso dal solito e per di più sottotitolata, capisco i commenti delle persone, molte delle quali sono andate al cinema aspettandosi un determinato video e invece si sono visti sfilare sotto gli occhi altro.

Come si sviluppa questo filmato? Si parte dalla sala centrale della mostra, con l’introduzione curata dai due presentatori Peter Snow e Bettany Hughes insieme al direttore del museo Neil Mc Gregor. Poi prosegue ripetendo sempre lo stesso schema: dei dialoghi tra i presentatori e alcuni esperti (Mary Beard, Andrew Wallace-Hadrill, Giorgio Locatelli, Rachel de Thame e il curatore della mostra Paul Roberts) alternati a brevi e generiche ricostruzioni dell’ultimo giorno di vita delle città. Al termine i presentatori riportano agli esperti alcune domande che il pubblico aveva posto via social media.

Il focus della mostra e quindi anche del video è sulla vita quotidiana di Pompei. I temi trattati e la descrizione degli oggetti sono sempre volti a descrivere la vita del cittadino romano e a cercare di capire perché il singolo reperto è stato ritrovato all’interno di una fogna, piuttosto che nel foro o all’interno di una casa. L’utilizzo del dialogo ha permesso di variare, e di molto, il livello di approfondimento del discorso: si rimane sul generico nella prima parte, legata ad alcuni oggetti della vita quotidiana, mentre si scende più nello specifico parlando di sesso, giardini e resti di cibo, in particolare il pane. Questi ultimi due temi sono affrontati con l’aiuto di due esperti non archeologi: Rachel de Thane si occupa di giardini mentre Giorgio Locatelli è uno chef italiano.

A detta del curatore Paul Roberts, gli elementi di maggior interesse per il pubblico sono stati i calchi delle persone morte a Pompei e, su questi infatti, si concentra l’ultima parte descrittiva del video, con un livello di approfondimento e coinvolgimento maggiori delle altre. Le telecamere hanno indugiato molto sui calchi, mentre nel resto del filmato la regìa si è soffermata di più sui volti degli esperti che sugli oggetti in vetrina.

Personalmente l’utilizzo del dialogo piace molto e in questo caso l’effetto voluto era proprio quello di accompagnare gli spettatori in una visita alla mostra. Ritengo che questo modo di raccontare favorisca un maggior coinvolgimento delle persone e una maggiore facilità di ricordare in futuro ciò che si è visto rispetto ad una canonica spiegazione.

Altro conto è il fatto che gli spettatori italiani probabilmente non si aspettavano un video del genere, per cui chi fosse andato pensando di trovarsi di fronte una sorta di film con ricostruzioni 3D e una storia probabilmente si sarà annoiato mentre chi si aspettava novità dal punto di vista della ricerca sarà rimasto deluso.

Davvero strano che questo filmato sia stato proiettato solo ora a mostra conclusa. A mia sorella era venuta voglia di andarla a vedere…

Il giorno 0 degli Archeoblogger

#Archeoblog per me è cominciato così. Volevo la diretta streaming visto che diverse persone l’avevano richiesta nei giorni scorsi e, senza troppi problemi, streaming è stato.

Sarebbe stato lo stesso un buon inizio per noi archeoblogger il giorno 0 della nostra Storia? Probabilmente sì, ma con live-tweeting e diretta video abbiamo tenuto fede alla nostra natura, alle nostre parole (il che è quasi mai scontato) e soprattutto abbiamo iniziato subito “a creare una comunità di persone interessate all’archeologia e che sentano di avere voce in capitolo”, secondo le parole dell’organizzatrice Cinzia Dal Maso. Se siamo subito entrati nei “Trending topic” italiani su Twitter direi che l’argomento interessa.

Il giorno 0 ha avuto come cornice un luogo e un evento di rilievo: il museo di Paestum (proprio quello con la famosa tomba del Tuffatore) durante la sedicesima edizione della Borsa del Turismo Archeologico. Al momento della registrazione ho ricevuto un pass con la parte inferiore colorata di rosso e con su scritto “Stampa”. Il blogger è stato inserito tra i giornalisti, non è un visitatore né un relatore; del resto gli archeoblogger vogliono raccontare storie, innescare riflessioni, sporgere critiche, promuovere un’interazione con i propri lettori e via dicendo.

L’incontro di Paestum è stato un incontro di presentazione degli archeoblogger, in primo luogo al pubblico ma utile anche per noi, visto che non ci conoscevamo tutti di persona. Al di là di quello che c’era scritto sui nostri pass, delle 11 persone che hanno preso la parola 6 sono archeologi (e un altro archeoblogger era tra il pubblico), 2 hanno avuto a che fare con l’archeologia, altre 2 con il mondo della cultura in generale e un’altra era al primo approccio.

In tre ore abbiamo messo sul piatto esperienze molto diverse ma che partono tutte dall’aver compreso l’assoluta e impellente necessità di raccontare l’archeologia con media, linguaggi e stili diversi da come è avvenuto finora. Il blog è uno strumento che ha permesso a ognuno di esprimere il suo punto di vista secondo le sue inclinazioni e per me, che pure già conoscevo bene 4 degli altri 5 archeologi, è stato un modo per apprezzare ancora meglio la ricchezza e la varietà dei nostri personali approcci all’archeologia.

Il giorno 0 ha mostrato che una base di riflessione e un obiettivo comune ci sono, i modelli a cui fare riferimento (i non archeologi ce ne hanno parlato abbondantemente) e la possibilità di arrivare ad esperienze innovative e di successo anche (Invasioni Digitali è ormai ben più di un indizio).

Ora sta agli archeoblogger cercare di definire i punti critici da superare e quelli su cui puntare senza margine di dubbio. In altre parole serve il dibattito che purtroppo non c’è stato tempo di svolgere a Paestum, con l’obiettivo di proporre idee e soluzioni. Queste sono solo alcune delle domande a cui trovare delle risposte convincenti.

Chi è e cosa fa il cultural heritage blogger? Deve essere un archeologo?

Chi forma l’archeoblogger?

Chi paga il blogger?

E’ sufficiente/è necessario un blog se il museo non si rinnova?

Il giorno 0 è stato il giorno delle presentazioni, il giorno che ti permette di iniziare una nuova avventura. Dal giorno 1 in poi bisogna iniziare a realizzare qualcosa. Vediamo se gli archeoblogger riusciranno a tenere fede a queste importanti premesse.

14 novembre 2013: il giorno di #Archeoblog

Domani sarò a Paestum, alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, per partecipare ad #Archeoblog, il primo incontro nazionale dei cultural heritage blogger, organizzato da Cinzia Dal Maso. Sarà un’ottima occasione per discutere insieme sui blog di archeologia e di museo e cercare di capire quale strada seguire nel prossimo futuro. Personalmente porterò la mia esperienza con questo blog e quello del Museo Archeologico delle Marche.

Qui vi segnalo una serie di post che vi introducono alla discussione di domani:

e vi do appuntamento per il fine settimana per un post in cui racconterò l’evento.

Stay tuned, non dimenticate di seguire domani l’evento con gli hashtag #archeoblog e #BMTA e possibilmente con una diretta in streaming.

Qualche riflessione e un (buon) proposito dopo “Archaeology and the Media”

Mercoledì 19 sono stato a Liverpool per partecipare per il secondo anno al TAG, convegno archeologico che si svolge ormai da molti anni in Inghilterra. Quest’anno il tema principale era quello della “live archaeology”; io ho partecipato alla sessione “Archaeology and the Media – Edutainment or entertainment“, organizzata dal CASPAR in cui la controversa relazione tra archeologia e media è stata discussa trattando temi come la presenza dell’archeologia sul grande schermo, sui giornali e su Internet, il rapporto tra edutainment ed entertainment e alcune strategie di engagement del pubblico. La sessione è stata trasmessa anche in streaming ed è stata seguita da circa 600 persone.

Per chi, come me, viene dal contesto italiano, avere l’opportunità di partecipare a sessioni su queste tematiche è un’occasione più unica che rara, e solamente ascoltando parlare gli altri conferenzieri, mi sono reso conto quanta ricerca, soprattutto in ambito inglese, è stata portata avanti su questi temi (e quindi quanto poca in Italia!).

TAG2012 Banner

Un veloce riassunto dei vari interventi.

Ha inaugurato la sessione Monty Dobson, della Central Michigan University. Ha  raccontato i motivi che lo hanno spinto a creare la serie di documentari “America, from the Ground up”, ovvero la massiccia presenza in televisione di programmi pseudo scientifici come Ancient Aliens e Bigfoot Revealed. Di seguito ha proposto la visione del primo dei suoi documentari sulla città di Cahokia, affermando che essendo i costi di produzione dei documentari oggi ridotti rispetto al passato grazie allo sviluppo del video digitale, anche gli archeologi, soprattutto nel mondo dell’Università dovrebbero contribuire con le loro conoscenze a realizzare filmati professionali.

A seguire è intervenuto Don Henson, direttore del CASPAR, che ha tracciato una breve sintesi della presenza dell’archeologia nella televisione inglese, da Animal, Vegetable, Mineral? fino a Time Team e alle ultime riproposizioni narrative di successo come Neanderthal (2001) e Pompeii: the last day (2003).

Marjolijn Kok, in Archaeotainment: A Critical View at the Mingling of Heritage and Fun, ha esaminato il rapporto tra archeologia ed entertainment, con particolare attenzione ai film (Indiana Jones), ai videogiochi (Lara Croft) e ai giochi (Playmobil), mettendo in evidenza lati positivi e negativi.

Carenza Lewis ha invece indagato quale può essere il ruolo della televisione nell’aiutare l’archeologia a guidare cambiamenti sociali volti a migliorare vari aspetti della vita della persone. Ha analizzato vari progetti dell'”Access Cambridge Archaeology“, valutando quanto ha influito nel successo di ogni singolo progetto il fatto di aver fatto parte del programma televisivo Time Team per più di 10 anni.

Theano Moussouri si è invece concentrata sulle parole “learning” e “education” con lo scopo di dimostrare che, per i visitatori di un museo, esse non sono in contrapposizione con “entertainment” e “fun”.

Victoria Park ha invece presentato i dati della sua ricerca di dottorato sulle complesse relazioni tra i quotidiani e la notizia di archeologia. Ha sottolineato come il singolo articolo di giornale non è mai solo il racconto oggettivo di un evento in quanto deve rientrare all’interno delle barriere poste dal format del giornale. Questo porta al fatto che certe notizie, come ad esempio quelle di ritrovamento di resti umani, trovano più copertura di altre e per questo, specialmente nelle edizioni online, il giornale si trova ad essere un sito di conflitto tra le varie parti.

La seconda parte della conferenza è stata aperta da Ian Richardson del British Museum, che ha parlato del nuovo programma televisivo Britain’s Secret Treasures. Questo è un programma di archeologia che si concentra sui ritrovamenti fatti dal pubblico e segnalati al British Museum’s Portable Antiquities Scheme (PAS) piuttosto che da archeologi professionisti. Ian Richardson ha sottolineato la lunga trattativa con l’emittente ITV, conclusa positivamente, che ha permesso di mandare in onda il programma.

Gli ultimi due interventi si sono invece concentrati sull’utilizzo del video sullo scavo.

Gerard Twomey, del Bamburgh Research Project ha sviscerato la propria metodologia riguardo l’utilizzo dei video sullo scavo e ha poi mostrato un filmato in cui si racconta, attraverso l’utilizzo dei video d’archivio e all’interno di una cornice narrativa, il ritrovamento di alcuni documenti d’archivio e il risvolto che poi hanno avuto sul proseguimento dello scavo.

Il mio intervento invece si è focalizzato sulla possibilità di realizzare filmati per una comunicazione durante la campagna di scavo che riflettano allo stesso tempo i principi dell’edutainment e dell’entertainment. L’esempio del video “Last days of excavation in room 14“, che proprio a Liverpool ha visto la sua prima, vuole far riflettere sulla possibilità di usare media diversi per far andare di pari passo edutainment ed edutainment. Sul mio intervento seguirà un post apposito su questo blog.

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Snapshot da “Last days of fieldwork in room 14” (2012)

Già solo ad una rapida occhiata degli interventi è possibile notare come la programmazione televisiva inglese legata all’archeologia sia molto ampia e abbia sperimentato vari generi: non solo i documentari ma anche quiz, veri e propri dramatised documentaries (come Pompeii: the last day) fino a serie televisive che poco hanno a che fare con l’archeologia (come Bonekickers) e a programmi originali (come Time Team, purtroppo ormai terminato, e Britain’s Secret Treasures). Il confronto con il panorama italiano è quantomeno ardito, visto che sui nostri schermi si vedono quasi unicamente documentari sui grandi temi storici e sulle grandi scoperte archeologiche e fantomatici programmi che fanno della ricerca al mistero e di loro (im)possibili soluzioni il principale motivo d’interesse. Solo nell’ultimo periodo si sono viste ricostruzioni in costume nella forma di living histories di avvenimenti storici (ad esempio la puntata di Ulisse, I detective dell’antichità).

La differenza maggiore tra la storia dell’archeologia sul piccolo schermo in Inghiterra e in Italia penso possa essere riassunta nella diversa presenza degli archeologi in televisione. In Inghilterra fin dagli anni ’50 Wheeler e Daniel presentavano Animal, Vegetable, Mineral? e Buried Treasures e, fino ad oggi, gli archeologi in televisione non sono mai mancati. Questi archeologi, già ben conosciuti, conducendo questi programmi hanno contribuito ad affermare l’archeologia come disciplina a sé stante nell’opinione pubblica e, allo stesso tempo, essendo trasmissioni di successo anche a tenere alti gli ascolti. In Inghilterra la presenza dell’archeologo vero e proprio sul piccolo schermo non è un eccezione e ha contribuito anche a differenziare i generi televisivi utilizzati per raccontare l’archeologia (basta pensare al successo di Time Team) e a sviluppare i concetti di edutainment e di entertainment fino a questo livello. In Italia di archeologi in televisione non se ne ricordano molti e quei pochi che hanno condotto programmi negli ultimi anni (Alberto Angela, che comunque è un paleontologo, e Valerio Massimo Manfredi in primis) si sono caratterizzati più come presentatori di documentari che come archeologi. Ecco perché credo che un aggiornamento dei metodi di comunicazione archeologica (generi, contenuti, stile, linguaggio, nuove tecnologie, creatività) passi non per la televisione ma dal lavoro degli archeologi sullo scavo.

Alcuni esempi di comunicazione innovativa dell’archeologia ci sono anche in Italia ma non in televisione. Il (buon) proposito per il nuovo anno sarà quello di utilizzare questo blog per dare uno sguardo a quello che è il panorama della comunicazione video (e non solo) dell’archeologia italiana. Stay tuned e buone feste a tutti.

E’ uscito “Raccontando la cisterna romana”

Dopo una lunga fase di post-produzione è finalmente uscito “Raccontando la cisterna romana: giornalisti, schiavi ed altro”, il docudrama realizzato dai bambini di quinta elementare della scuola “D. Alighieri” di Falconara Marittima (AN), in collaborazione con il Comune e la Soprintendenza Archeologica delle Marche.

Il telegiornale, curato dai bambini, svela la storia della cisterna romana di Falconara Marittima, fornendo precise indicazioni individuate sulle fonti. Segue una ricostruzione verosimile di una scena di vita romana alla cisterna e alcune interviste agli abitanti odierni di Falconara. Buona visione!

Ieri ad ArcheoFOSS…

Ieri pomeriggio sono stato a Palazzo Massimo alle Terme a Roma per ArcheoFOSS, giunta ormai alla sua settima edizione.

 

 

 

Io ho partecipato per la prima volta, presentando un intervento intitolato “Ricostruzioni, 3D e narratività: strategie diversificate per la comunicazione dell’archeologia” insieme alla mia amica e collega Maria Sole Distefano. Gli argomenti trattati sono quelli che mi interessano di più: video, narratività e docudrama ma stavolta ho pensato di aggiungerci qualcosa in più, le ricostruzioni 3D, per arrivare ad una comunicazione differente e più efficace ed utilizzando software Open Source sia per il video (Open Shot) che per il 3D (Blender).

La platea sembra aver apprezzato l’intervento, vivacizzato dalla proiezione di un breve pezzo di Morte a Vignale. La soddisfazione maggiore è stato comunque vedere che il messaggio di fondo, ovvero mettere insieme più strumenti e la propria creatività per una comunicazione migliore, sembra essere passato.