Breve resoconto (senza pretese) su Opening the Past

“Ciao. Benvenuto ad Opening the Past! Tu chi sei?”

“Ciao, io sono Francesco Ripanti.”

“Vediamo un po’… qui non ti troviamo. Ma ti sei registrato?”

“Ehm… sì, mi è arrivata anche la mail di conferma!”

Una falla nell’organizzazione? Ovviamente no. Mappa Project è stata perfetta come sempre. Ero io che, proiettato come al solito a vivere la giornata per imparare qualcosa ascoltando le esperienze degli altri archeologi, mi sono dimenticato di dire che ero uno dei relatori!!!

A parte questa falsa partenza, la giornata di Pisa è stata come me l’aspettavo. Molto intensa e densa di stimoli, riflessioni e confronti. Prima di scrivere un post sul VideoCaffé, visto che ancora non ho visto in rete il classico resoconto della giornata, cerco di redigerlo io. I pre-atti sono già disponibili online, per cui cercherò semplicemente di sintetizzare i vari interventi e scrivere il mio punto di vista.

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Immersive Archaeology” è partita dall’introduzione di Letizia Gualandi (Università di Pisa) che, approfondendo il rapporto tra archeologia, comunicazione, storytelling e Università ha gettato le basi sulle quali tutti i presenti non potevano che essere d’accordo e dalle quali poi si sono sviluppati tutti gli altri interventi. Valorizzazione come motivo più profondo della tutela, comunicare il proprio lavoro e farlo raccontando storie è compito dell’archeologo, nelle Università non si danno competenze per fare comunicazione.

Francesca Anichini e Gabriele Gattiglia (Laboratorio MAPPA) ci hanno portato subito in un futuro vicino, spiegando come cambia il racconto dell’archeologia utilizzando gli Open Data: scala più ampia, più partecipazione, un racconto che nasce dal basso e a più livelli. Tutto questo a patto che si sviluppi una cultura open data archeologica. Per questo concludono con una notizia in anteprima: presto aprirà una scuola di dati aperti!

Nel mio intervento spero siano emersi gli effetti pratici del fare Video Storytelling: raccontare lo scavo in modo diverso con il docudrama, coinvolgere sia gli archeologi che il pubblico interessato (anche quello dei bambini) ma anche divertirsi e farsi nuove domande nel momento in cui si va a scrivere una sceneggiatura.

Augusto Palombini (CNR – ITABC) ha affrontato lo storytelling per l’archeologia sia dal punto di vista teorico che proponendo alcuni esempi autoprodotti di alto livello. Per raccontare una storia di archeologia occorre affiancare il certo all’incerto, senza farli entrare in conflitto con le conoscenze storiche, e aggiungere elementi emozionali che creino empatia. Concordo con lui che l'”Historical genre”, ovvero quel tipo di storia incentrata su personaggi tipo che non potremmo mai ricostruire per filo e per segno sia il più adatto per raccontare l’archeologia.

Con Marina Lo Blundo (Soprintendenza per i Beni archeologici della Toscana) lo sguardo si è aperto anche ai musei con una scorpacciata di buoni consigli su come si diventa un museumblogger. Ho preso tre pagine di appunti ma il nocciolo della questione è molto chiaro e necessita di poche parole: essere museumblogger non è come essere un blogger per hobby; è a tutti gli effetti un lavoro, per cui serve una preparazione adeguata che va dalla conoscenza dei contenuti di cui si parla a qual’è il modo migliore per raccontare quei contenuti.

Fabio Viola (Mobile Idea s.r.l.) ha aperto le porte di un mondo poco conosciuto dagli archeologi, quello della gamification. Ne ha parlato soprattutto in riferimento ai musei, dove l’utilizzo di videogiochi ha il duplice obiettivo di aumentare il grado di interattività e coinvolgimento riuscendo allo stesso tempo a trasmettere nuova conoscenza ai visitatori. Il rapporto tra videogiochi e storytelling è molto stretto e, a questo riguardo, uno degli esempi citati è stato “Race against Time” della Tate Modern di Londra.

Niccolò Albertini ha mostrato le esperienze di ricostruzioni 3D, di realtà aumentata e dell’utilizzo di dispositivi come il Cave per un effetto immersivo realizzate del DreamsLab della Scuola Normale Superiore di Pisa, ribattendo il concetto che l’oggetto virtuale non va a sostituire quello reale ma contribuisce ad arricchire il dato.

Claudio Benedetti (Laboratorio di Cultura Digitale dell’Università di Pisa) ha introdotto il tema del fake nella divulgazione. La divulgazione scientifica oggi non è in mano a chi fa ricerca; questo significa che chi la comunica ne fa un prodotto vendibile in cui scienziati e pseudo-scienziati sono trattati allo stesso modo. Così facendo però si perde la correttezza scientifica. L’invito è che le università si riapproprino della divulgazione scientifica e, per farlo, devono diventare competitive a livello di qualità delle immagini. Per questo devono far riferimento a nuove figure professionali.

La mattinata si è conclusa con l’intervento di Emma Tracanella  (Wikimedia Italia) , che ha portato gli esempi di Wiki Loves Monuments e ArcheoWiki, incentrando la sua relazione sull’importanza delle fotografie per il coinvolgimento attivo dei cittadini.

L’ultimo intervento per “Immersive Archaeology” è stato quello di Giuliano De Felice (Laboratorio Archeologia Digitale – Università di Foggia) che, raccontando la recente esperienza di Living Heritage e quella del nuovo allestimento di Palazzo Branciforte, ha raccontato la sua esperienza di racconto dell’archeologia in cui uno dei nodi centrali è che la tecnologia è uno strumento che non fa storytelling di per sé ma che va usato in modo originale e con un linguaggio appropriato.

La tavola rotonda di “Immersive Brainstorming“, moderata da Astrid D’eredità (archeologa e blogger), si è aperta con l’intervento di Cinzia Dal Maso (giornalista e blogger), che ha citato alcuni esempi di storytelling come Native American Voices della University of Pennsylvania, sottolineando come all’esigenza di professionalità nella comunicazione dei beni culturali si contrapponga la poca disponibilità da parte degli archeologi a comunicare sé stessi.

Vincenzo Napolano, che si occupa di comunicazione della fisica per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha mostrato come ha raccontato la sua disciplina di riferimento nella mostra “Balle di scienza“, visitabile a Palazzo Blu a Pisa fino al 29 giugno. Raccontare la scienza con ironia non è scientificamente scorretto in quanto la storia della scienza è una storia di errori, e continuerà ad esserlo, perché con i miglioramenti del futuro le conoscenze di oggi saranno a loro volta errori.

Emmanuele Curti (Università della Basilicata) ha portato una riflessione ad ampio raggio su archeologia e beni culturali, anche provocatoria. Che i beni culturali siano un’invenzione del nostro tempo e magari tra 200 anni non saranno più importanti (o forse molto prima)? Che gli archeologi vivano sulla sfortuna degli altri, di siti, luoghi abbandonati per svariati motivi?

Antonella Gioli (Università di Pisa) è ritornata sul tema dei musei, incentrando il discorso sulla necessità di comunicare sapendo selezionare le informazioni, utilizzando un linguaggio e delle modalità adatte e di concentrarsi sulle storie più che sull’opera, al fine di evitare didascalie come questa…

didascalia terribile

Il regista Lorenzo Garzella (Acquario della Memoria) ha concluso la tavola rotonda tornando alla narrazione e ricordando, con esempi dalla sua carriera, che decisivo è il lavoro d’equipe. Ogni componente della troupe porta le sue capacità specifiche nei diversi settori, per arrivare ad un prodotto finale di più alta qualità. Nella prosecuzione descrive il progetto “Memory Sharing“, facendo da preludio a “Bomba libera tutti“, che alle 18 conclude la giornata con le voci, i suoni e l’atmosfera della storia della liberazione di Pisa da parte degli Alleati nell’estate del 1944.

Questa archeologia è immersive?

Direi di sì, questa è l’attuale “immersive archaeology” italiana. C’è, esiste. Si deve proseguire e migliorare.

Lasciando perdere il fatto che riguarda una minoranza (è sempre una minoranza che inizia e che determina un successo per la maggioranza) e provando a ragionare su quello che c’è, direi che possiamo essere ottimisti. In tutti gli interventi è stata avvertita la necessità di rapportarsi con il pubblico in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora e di farlo raccontando storie.

In questo senso c’è un’evidente carenza di formazione, formazione che, anche per gli archeologi più giovani, attualmente non esiste, o almeno le Università non provvedono a fornire. Quale sarà la prima università ad attivare un corso specifico in comunicazione dell’archeologia? L’attivazione di un corso testimonierebbe un cambiamento di rotta che forse è ancora utopico ma che è fortemente richiesto per elevare la qualità della comunicazione che si fa ora e per far sì che l’archeologo conosca gli strumenti che può sfruttare per raccontare la propria ricerca.

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D’altra parte, un altro nodo da sciogliere è quello dell’utilizzo delle tecnologie. Una volta che si sa padroneggiare uno strumento, è necessario dedicare più tempo a capire quali sono le sue potenzialità specifiche per la comunicazione, evitando di indugiare sulle specifiche tecniche e concentrandosi su come raccontare la ricerca con quello strumento, quali linguaggi utilizzare, quale stile adottare. La qualità della nostra comunicazione passa essenzialmente dal cercare di pensare e quindi di scrivere in maniera diversa, utilizzando generi più coinvolgenti, utilizzando un lessico adeguato al pubblico a cui ci si rivolge e ricercando costantemente un interazione con il pubblico.

Concludo qui questo breve ma intenso resoconto con cui ho cercato di citare quelli che secondo me sono stati i punti salienti dei vari discorsi (anche se sicuramente non gli unici interessanti) e fornire alcuni link per gli esempi citati. Nel prossimo post racconterò del VideoCaffè, il momento della giornata dedicato esclusivamente al videocontest,e dei filmati che vi hanno preso parte.

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