Qualche riflessione e un (buon) proposito dopo “Archaeology and the Media”

Mercoledì 19 sono stato a Liverpool per partecipare per il secondo anno al TAG, convegno archeologico che si svolge ormai da molti anni in Inghilterra. Quest’anno il tema principale era quello della “live archaeology”; io ho partecipato alla sessione “Archaeology and the Media – Edutainment or entertainment“, organizzata dal CASPAR in cui la controversa relazione tra archeologia e media è stata discussa trattando temi come la presenza dell’archeologia sul grande schermo, sui giornali e su Internet, il rapporto tra edutainment ed entertainment e alcune strategie di engagement del pubblico. La sessione è stata trasmessa anche in streaming ed è stata seguita da circa 600 persone.

Per chi, come me, viene dal contesto italiano, avere l’opportunità di partecipare a sessioni su queste tematiche è un’occasione più unica che rara, e solamente ascoltando parlare gli altri conferenzieri, mi sono reso conto quanta ricerca, soprattutto in ambito inglese, è stata portata avanti su questi temi (e quindi quanto poca in Italia!).

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Un veloce riassunto dei vari interventi.

Ha inaugurato la sessione Monty Dobson, della Central Michigan University. Ha  raccontato i motivi che lo hanno spinto a creare la serie di documentari “America, from the Ground up”, ovvero la massiccia presenza in televisione di programmi pseudo scientifici come Ancient Aliens e Bigfoot Revealed. Di seguito ha proposto la visione del primo dei suoi documentari sulla città di Cahokia, affermando che essendo i costi di produzione dei documentari oggi ridotti rispetto al passato grazie allo sviluppo del video digitale, anche gli archeologi, soprattutto nel mondo dell’Università dovrebbero contribuire con le loro conoscenze a realizzare filmati professionali.

A seguire è intervenuto Don Henson, direttore del CASPAR, che ha tracciato una breve sintesi della presenza dell’archeologia nella televisione inglese, da Animal, Vegetable, Mineral? fino a Time Team e alle ultime riproposizioni narrative di successo come Neanderthal (2001) e Pompeii: the last day (2003).

Marjolijn Kok, in Archaeotainment: A Critical View at the Mingling of Heritage and Fun, ha esaminato il rapporto tra archeologia ed entertainment, con particolare attenzione ai film (Indiana Jones), ai videogiochi (Lara Croft) e ai giochi (Playmobil), mettendo in evidenza lati positivi e negativi.

Carenza Lewis ha invece indagato quale può essere il ruolo della televisione nell’aiutare l’archeologia a guidare cambiamenti sociali volti a migliorare vari aspetti della vita della persone. Ha analizzato vari progetti dell'”Access Cambridge Archaeology“, valutando quanto ha influito nel successo di ogni singolo progetto il fatto di aver fatto parte del programma televisivo Time Team per più di 10 anni.

Theano Moussouri si è invece concentrata sulle parole “learning” e “education” con lo scopo di dimostrare che, per i visitatori di un museo, esse non sono in contrapposizione con “entertainment” e “fun”.

Victoria Park ha invece presentato i dati della sua ricerca di dottorato sulle complesse relazioni tra i quotidiani e la notizia di archeologia. Ha sottolineato come il singolo articolo di giornale non è mai solo il racconto oggettivo di un evento in quanto deve rientrare all’interno delle barriere poste dal format del giornale. Questo porta al fatto che certe notizie, come ad esempio quelle di ritrovamento di resti umani, trovano più copertura di altre e per questo, specialmente nelle edizioni online, il giornale si trova ad essere un sito di conflitto tra le varie parti.

La seconda parte della conferenza è stata aperta da Ian Richardson del British Museum, che ha parlato del nuovo programma televisivo Britain’s Secret Treasures. Questo è un programma di archeologia che si concentra sui ritrovamenti fatti dal pubblico e segnalati al British Museum’s Portable Antiquities Scheme (PAS) piuttosto che da archeologi professionisti. Ian Richardson ha sottolineato la lunga trattativa con l’emittente ITV, conclusa positivamente, che ha permesso di mandare in onda il programma.

Gli ultimi due interventi si sono invece concentrati sull’utilizzo del video sullo scavo.

Gerard Twomey, del Bamburgh Research Project ha sviscerato la propria metodologia riguardo l’utilizzo dei video sullo scavo e ha poi mostrato un filmato in cui si racconta, attraverso l’utilizzo dei video d’archivio e all’interno di una cornice narrativa, il ritrovamento di alcuni documenti d’archivio e il risvolto che poi hanno avuto sul proseguimento dello scavo.

Il mio intervento invece si è focalizzato sulla possibilità di realizzare filmati per una comunicazione durante la campagna di scavo che riflettano allo stesso tempo i principi dell’edutainment e dell’entertainment. L’esempio del video “Last days of excavation in room 14“, che proprio a Liverpool ha visto la sua prima, vuole far riflettere sulla possibilità di usare media diversi per far andare di pari passo edutainment ed edutainment. Sul mio intervento seguirà un post apposito su questo blog.

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Snapshot da “Last days of fieldwork in room 14” (2012)

Già solo ad una rapida occhiata degli interventi è possibile notare come la programmazione televisiva inglese legata all’archeologia sia molto ampia e abbia sperimentato vari generi: non solo i documentari ma anche quiz, veri e propri dramatised documentaries (come Pompeii: the last day) fino a serie televisive che poco hanno a che fare con l’archeologia (come Bonekickers) e a programmi originali (come Time Team, purtroppo ormai terminato, e Britain’s Secret Treasures). Il confronto con il panorama italiano è quantomeno ardito, visto che sui nostri schermi si vedono quasi unicamente documentari sui grandi temi storici e sulle grandi scoperte archeologiche e fantomatici programmi che fanno della ricerca al mistero e di loro (im)possibili soluzioni il principale motivo d’interesse. Solo nell’ultimo periodo si sono viste ricostruzioni in costume nella forma di living histories di avvenimenti storici (ad esempio la puntata di Ulisse, I detective dell’antichità).

La differenza maggiore tra la storia dell’archeologia sul piccolo schermo in Inghiterra e in Italia penso possa essere riassunta nella diversa presenza degli archeologi in televisione. In Inghilterra fin dagli anni ’50 Wheeler e Daniel presentavano Animal, Vegetable, Mineral? e Buried Treasures e, fino ad oggi, gli archeologi in televisione non sono mai mancati. Questi archeologi, già ben conosciuti, conducendo questi programmi hanno contribuito ad affermare l’archeologia come disciplina a sé stante nell’opinione pubblica e, allo stesso tempo, essendo trasmissioni di successo anche a tenere alti gli ascolti. In Inghilterra la presenza dell’archeologo vero e proprio sul piccolo schermo non è un eccezione e ha contribuito anche a differenziare i generi televisivi utilizzati per raccontare l’archeologia (basta pensare al successo di Time Team) e a sviluppare i concetti di edutainment e di entertainment fino a questo livello. In Italia di archeologi in televisione non se ne ricordano molti e quei pochi che hanno condotto programmi negli ultimi anni (Alberto Angela, che comunque è un paleontologo, e Valerio Massimo Manfredi in primis) si sono caratterizzati più come presentatori di documentari che come archeologi. Ecco perché credo che un aggiornamento dei metodi di comunicazione archeologica (generi, contenuti, stile, linguaggio, nuove tecnologie, creatività) passi non per la televisione ma dal lavoro degli archeologi sullo scavo.

Alcuni esempi di comunicazione innovativa dell’archeologia ci sono anche in Italia ma non in televisione. Il (buon) proposito per il nuovo anno sarà quello di utilizzare questo blog per dare uno sguardo a quello che è il panorama della comunicazione video (e non solo) dell’archeologia italiana. Stay tuned e buone feste a tutti.

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